I sonetti

CLXXXVII La Vecchia

“Quand’a quel lavorio messi saranno, Ben saggiamente deggian operare, E l’un atender e l’altro studiare, Secondo ch’egli allor si sentiranno; Né sì non dé parer lor già affanno Di voler ben a modo mantacare, Ch’amendue insieme deggian afinare Lor dilettanza; e dimorasse un anno! E se·lla donna non v’à disianza, Sì ‘nfinga in tutte guise […]

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CLXXXVI La Vecchia

“Ne·letto su’ si metta in braccio in braccio Co·llui insiem’e faccian lor diporto; Ma dica tuttor: “Lassa, crudel torto E` questo che ‘nverso il mi’ sire faccio”. E nella gioia ch’à, gli metta impaccio, Sì ch’egli abbia paura e disconforto: Dicer li dee ch’e’ sarebbe morto, Sanz’averne rispetto, molt’avaccio, Se·ll’uon sapesse ch’e’ fosse co·llei: “Ed

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CLXXXV La Vecchia

“S’avessi messo termine a un’ora A due, ch’avresti fatto gran follia, E l’un conteco in camera sia, E l’altro viene apresso san’ dimora, Al di dietro dirai ch’egli è ancora El signor tuo lassù; ch’e’ non poria Far dimoranza, ma tost’una fia: “Il fante o voi, tornate a poca d’ora”. E poi sì ‘l butti

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CCXXXII (Senza titolo)

Malgrado di Ricchezza la spietata, Ch’unquanche di pietà non seppe usare, Che del camin ch’à nome Troppo-Dare Le piacque di vietarmene l’entrata! Ancor di Gelosia, ch’è·ssì spietata Che dagli amanti vuole il fior guardare! Ma pure ‘l mio non sepp’ella murare, Ched i’ non vi trovasse alcuna entrata; Ond’io le tolsi il fior ch’ella guardava:

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CCXXIX (Senza titolo)

Tant’andai giorno e notte caminando, Col mi’ bordon che non era ferrato, Che ‘ntra’ duo be’ pilastri fu’ arivato: Molto s’andò il mi’ cuor riconfortando. Dritt’a l’erlique venni apressimando, E·mantenente mi fu’ inginocchiato Per adorar quel bel corpo beato; Po’ venni la coverta solevando. E poi provai sed i’ potea il bordone, In quella balestriera

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CCXXVIII (Senza titolo)

Quand’i’ udì’ quel buon risposto fino Che·lla gentil rispuose, m’inviai Ed a balestriera m’adrizzai, Ché quel sì era il mi’ dritto camino; E sì v’andai come buon pellegrino, Ch’un bordon noderuto v’aportai, E la scarsella non dimenticai, La qual v’apiccò buon mastro divino. Tutto mi’ arnese, tal chent’i’ portava, Se di condurl’al port’ò in mia

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CCXXVI (Senza titolo)

Quando ‘l castello fu così imbrasciato E che·lle guardie fur fuggite via, Alor sì v’entrò entro Cortesia Per la figliuola trar di quello stato; E Franchezz’e Pietà da l’altro lato Sì andaron co·llei in compagnia. Cortesia sì·lle disse: “Figlia mia, Molt’ò avuto di te il cuor crucciato, Ché stata se’ gran tempo impregionata. La Gelosia

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